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Intervista a Gregory Camillò head bartender del The Jerry Thomas Speakeasy di Roma

Gregory Camillò, giovane, ma già con una grande esperienza, head bartender del The Jerry Thomas Speakeasy di Roma, al numero…

Aprile 17, 2020 10:03 pm
Foto di: Alberto Blasetti

Gregory Camillò, giovane, ma già con una grande esperienza, head bartender del The Jerry Thomas Speakeasy di Roma, al numero 50 nella classifica The World Best 50 Bars.

Ciao Gregory, raccontaci di te, come sei approdato al The Jerry Thomas Speakeasy, fiore all’occhiello della mixology mondiale…

Salve alla redazione di Barman Italia e a tutti i suoi lettori e grazie per questa opportunità, che mi lusinga molto. Mi chiamo Gregory Camillò, ho 26 anni e vengo da un piccolo paese calabrese sul mare, Vibo Marina. Attualmente ricopro il ruolo di head bartender al The Jerry Thomas Project a Roma. Ho iniziato a lavorare nel mondo della ristorazione all’età di 14 anni come cameriere nel pub locale, per poi appassionarmi pian piano al mondo del bar grazie al primo corso A.I.B.E.S., l’associazione italiana di categoria, a soli 15 anni. Iniziai subito a girovagare per l’Italia per i vari corsi e master di settore, fino a quando, a cavallo dei 17 anni, iniziai un percorso formativo in quello che sarebbe diventato in 10 anni l’istituzione del bar italiano e uno dei migliori bar al mondo, appunto, il The Jerry Thomas Project. A 18 anni mi sono spostato a Dubai, a Le Méridien Hotel, in qualità di assistant chief sommelier, dove dirigevo una squadra di 18 sommelier e mi occupavo della carta e della formazione dei bartender dell’hotel bar. Tornato a Roma per una breve parentesi di un anno e mezzo frequentai ancora la formazione del Jerry Thomas Project, che nel frattempo aveva aperto una vera e propria Accademia per bartender. Mi spostai presto nella capitale mondiale del cocktail, Londra, dove sono entrato a far parte della Drink Factory di Tony Conigliaro e del team del Bar Termini, che ebbe parecchi titoli internazionali. La Drink Factory è il primo laboratorio di applicazione esclusiva in ambito-bar, con il suo dipartimento di ricerca e sviluppo e vanta da sempre la collaborazione delle migliori menti del settore. Attualmente mi trovo a Roma, in qualità di Head Bartender del The Jerry Thomas Project.

Nella tua carriera sei arrivato alle vette più alte, cosa significa per te l’approdo al Jerry Thomas?

Per me è un onore ricoprire questo ruolo, per quella che da sempre è stata la mia famiglia e mi ha cresciuto. Il progresso effettuato dal Team in così poco tempo è strabiliante e non sarebbe stato possibile senza l’unanime volontà del raggiungimento dell’obiettivo e una squadra composta da persone così talentuose, nessuno escluso. Il Jerry Thomas al momento è l’emblema della classicità, più che della storicità, un bar che si fonda su alti standard e un clima accogliente, tutto con l’obiettivo finale di far sentire il cliente a proprio agio e di fargli vivere un’esperienza unica.

Foto di: Alberto Blasetti

In questa emergenza da Coronavirus, cosa ti manca di più del tuo lavoro e perché?

In questo momento di distanziamento sociale capiamo quanta importanza assumi il ruolo che ricopriamo come esseri umani nella Società. In caso di emergenza globale, l’uomo è stato indotto dalle autorità a ridimensionarsi a quelli che sono i beni primari: il nutrimento e la sopravvivenza. Vi sono perciò alcuni settori che non possono arrestarsi poiché da essi dipende la sopravvivenza della specie: i settori alimentazione e sanità. Questo ha invitato la popolazione a riflettere su ciò che sta alla base di tutto, la semplicità. Secondo me ci sarà un ritorno al semplice, al classico, l’evoluzione sarà graduale, ma ragionata, non ci sarà spazio per le cose illusorie. Dal punto di vista sociale il distanziamento è una misura straordinaria, questo implica che il rapporto tra le persone nella società sta cambiando, e che ruolo ricopre il nostro di bartender se non l’esatto contrario del distanziamento sociale? Questo dovrebbe farci riflettere su quale sia uno degli istinti primari della società: il socializzare e il bar è il luogo che forse più di tutti esprime questa esigenza. La cura del cliente, creare atmosfera, dirigere una vera e propria orchestra di emozioni: questo quello che mi manca del bar.

Foto di: Alberto Blasetti

Segnalaci un tuo “consiglio” per la categoria e per quando si tornerà alla vita “normale”…

Orde di psicologi e sociologi verranno ingaggiati dallo Stato per garantire il migliore post-virus. La società sicuramente ne risentirà, le abitudini cambieranno molto, e, visto che l’essere umano impiega in media 60 giorni per assimilare un’abitudine, riprendere le proprie vite richiederà impegno da parte di tutti. Il consiglio che posso dare, in una situazione che si evolve giorno per giorno, è di seguire le indicazioni delle autorità, non in qualità di facenti parte di categoria, ma in qualità di esseri viventi di questo Pianeta.

Appena sarai di nuovo dietro il bancone del Jerry, quale sarà il primo drink che realizzerai?

Non ho dubbi, sicuramente l’Improved Aviation, il best seller da sempre di casa Jerry, e festeggeremo, finalmente, i nostri 10 anni di attività, compiuti lo scorso sabato 11 aprile. Dieci anni di Storia, che sono ben riassunti nel libro che ci racconta, Twist on classic, edito da Giunti lo scorso anno!

Alberto Blasetti / www.albertoblasetti.com

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