Cardinal o Cardinale: la ricetta, le dosi e le due versioni
Gin, vermouth dry e bitter nella versione codificata; gin, Riesling e Campari in quella originale attribuita all'Orum Bar dell'Excelsior di Roma. Dosi, tecnica e il rapporto con il Negroni.
| Categoria | Pre dinner cocktail |
| Bicchiere | Coppa da cocktail |
| Ghiaccio | Nel mixing glass, non nel bicchiere |
| Tecnica | Stir and strain |
| Guarnizione | Twist di limone |
| Gradazione servita | circa 26–28% vol |
| Specifica | Due versioni: codificata e originale |
Il Cardinal esiste in due forme che condividono soltanto il nome: una versione codificata a base di gin, vermouth dry e bitter, servita in coppa, e una versione romana con Riesling e Campari servita in old fashioned. Confonderle è facile, e il bicchiere che ne esce non si somiglia affatto.
Questa scheda riporta le dosi di entrambe, spiega perché la seconda sia sostanzialmente un Negroni al vino bianco e ricostruisce l’attribuzione, che appartiene alla tradizione orale del settore.
Ingredienti Cardinal
- 4 cl gin
- 2 cl vermouth dry
- 1 cl bitter
- ghiaccio nel mixing glass
- twist di limone per guarnire
La versione codificata
Il rapporto è quattro parti di gin, due di vermouth dry e una di bitter, per un volume di sette centilitri prima della diluizione. La preparazione avviene nel mixing glass con ghiaccio e il servizio in coppa da cocktail, con una scorza di limone torta sopra il bicchiere. È a tutti gli effetti un Martini corretto con l’amaro, e va letto in quella famiglia più che in quella degli aperitivi rossi.
Il vermouth dry porta un’acidità vinosa che il bitter incontra senza attutirla, e il singolo centilitro di amaro tinge appena il bicchiere di ambra. Un Negroni ha dieci volte più zucchero e un colore completamente diverso; qui l’amaro arriva secco e va via in fretta, lasciando il gin in primo piano. Chi si aspetta un aperitivo rotondo resta spiazzato al primo sorso.
La versione originale e le sue proporzioni
La ricetta attribuita all’origine romana lavora in terzi: gin, vino Riesling e Campari in parti uguali, mescolati con ghiaccio e serviti in un old fashioned pieno di ghiaccio. La guarnizione è più articolata di quella della versione codificata (scorza di limone, cannella e chiodi di garofano) e sposta il drink verso un profilo speziato che d’inverno funziona meglio di quanto suggerisca la lista degli ingredienti.
Il vino bianco è l’elemento decisivo. Un Riesling porta acidità marcata, agrume e una nota minerale, e in un terzo di bicchiere diluisce la struttura alcolica portando la gradazione servita molto sotto quella della versione in coppa. Il drink diventa lungo, bevibile e adatto a un aperitivo prolungato, mentre la versione codificata resta un cocktail corto da consumare freddo e in fretta.
Perché è un Negroni al vino bianco
Sostituendo il vermouth rosso con un vino bianco secco si tolgono due cose: lo zucchero, che in un vermouth italiano è consistente, e il bouquet di erbe amare che ne definisce il carattere. Restano l’acidità e il corpo del vino. Il Campari, che nel Negroni deve competere con la dolcezza del vermouth, in questo contesto si espone completamente e domina il bicchiere.
Il correttivo è la diluizione. Servito in old fashioned con ghiaccio abbondante, il drink si allunga mentre viene bevuto e l’amaro del Campari si smussa progressivamente. Le spezie della guarnizione lavorano nella stessa direzione, portando calore aromatico dove il vermouth avrebbe portato dolcezza. È un equilibrio diverso, ottenuto con mezzi diversi.
L’attribuzione e il contesto
La ricostruzione colloca la nascita del drink all’Orum Bar dell’Hotel Excelsior di Roma, intorno al giubileo del 1950, quando la città accoglieva un flusso straordinario di pellegrini e di visitatori americani. Fra questi l’arcivescovo di New York Francis Joseph Spellman, creato cardinale nel 1946, che al bar dell’albergo avrebbe chiesto il suo Riesling abituale; il capo barman Giovanni Raimondo gli avrebbe proposto in alternativa un cocktail costruito su quel vino.
Il contesto è documentato — l’Excelsior era in quegli anni un punto di riferimento per la clientela americana a Roma, con la vicinanza degli studi di Cinecittà a portare produzioni e attori, ma l’episodio specifico appartiene alla tradizione orale del settore e non trova conferma in fonti contemporanee. Va riportato come tale, senza trasformarlo in cronaca.
Come sceglierlo e come servirlo
Le due versioni rispondono a occasioni diverse. Quella codificata è un pre dinner corto e freddo, da servire in coppa raffreddata, con la stessa logica di un Martini: piccolo volume, alta gradazione, consumo rapido prima che si scaldi. Quella con il Riesling è un aperitivo da tavolo, che regge venti minuti nel bicchiere e accompagna il cibo invece di precederlo.
Per la prima serve un gin con struttura, perché deve reggere due centilitri di vermouth e il bitter senza sparire: un London dry classico è la scelta naturale. Per la seconda conviene un gin meno aggressivo sul ginepro, perché deve convivere con il vino senza sovrapporsi. Il Riesling va secco e freddo, e la bottiglia aperta il giorno prima non è adatta.
Il posto nel repertorio degli aperitivi
Il Cardinal occupa una posizione insolita: è insieme una variante del Martini e una variante del Negroni, a seconda di quale delle due versioni si prepari. Questa doppia natura è la ragione per cui compare in liste diverse con dosi diverse, e per cui chi lo ordina in due locali distanti può ricevere bicchieri che non hanno nulla in comune.
La regola pratica è chiedere. Un Cardinal servito in coppa sarà quasi certamente quello con vermouth dry; uno servito in old fashioned con ghiaccio abbondante sarà quello con il vino. Entrambe le forme hanno una loro storia e un loro equilibrio, e nessuna delle due è la correzione dell’altra.
Domande frequenti
Quali sono le dosi del Cardinal?
La versione codificata indica 4 cl di gin, 2 cl di vermouth dry e 1 cl di bitter, mescolati nel mixing glass con ghiaccio e serviti in coppa da cocktail con twist di limone. È un rapporto quattro-due-uno che tiene il drink asciutto e lo distingue nettamente dal Negroni.
Qual è la ricetta originale del Cardinale?
La versione attribuita all'Orum Bar dell'Excelsior di Roma usa parti uguali di gin, vino Riesling e Campari, servite in old fashioned pieno di ghiaccio, con scorza di limone, cannella e chiodi di garofano. È un drink completamente diverso dalla versione codificata: più lungo, più dolce e con una componente vinosa che l'altra non ha.
Che rapporto c'è con il Negroni?
La versione originale è di fatto un Negroni in cui il vermouth rosso è sostituito da vino bianco Riesling. La struttura in terzi è la stessa e il Campari resta al suo posto; cambia il corpo, perché il vino porta acidità e leggerezza dove il vermouth porta zucchero e spezia.
Perché si chiama Cardinal?
La ricostruzione più diffusa lega il nome all'arcivescovo di New York Francis Joseph Spellman, creato cardinale nel 1946 e ospite dell'Excelsior durante il giubileo del 1950. Il capo barman Giovanni Raimondo gli avrebbe proposto un cocktail costruito sul suo Riesling preferito. L'episodio è tradizione del settore e non è confermato da fonti contemporanee.
Quale bitter usare nella versione codificata?
La specifica dice genericamente bitter, e l'uso corrente è un bitter rosso da aperitivo. Un solo centilitro su sette è una quantità piccola: serve a dare amaro e colore senza portare la dolcezza che caratterizza il Negroni. Con un amaro più zuccherino conviene scendere a mezzo centilitro.
Va agitato o mescolato?
Mescolato. Tutti gli ingredienti sono limpidi e alcolici, senza succhi né sciroppi: lo shake introdurrebbe aria e frammenti di ghiaccio che rovinano la trasparenza senza migliorare l'integrazione. Trenta secondi di mescolata nel mixing glass danno diluizione e temperatura corrette.
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Scheda pubblicata il 18/03/2013