Dubonnet Cocktail: la ricetta, le dosi e il nome alternativo Zaza
Gin e Dubonnet Rouge nel mixing glass: dosi del Dubonnet Cocktail, il confronto con il Martini al vermouth dry, il vino al chinino e perché è uno short drink potente.
| Categoria | Short drink |
| Servizio | Pre dinner |
| Bicchiere | Coupé |
| Ghiaccio | Nel mixing glass, non nel bicchiere |
| Tecnica | Stir and strain |
| Guarnizione | Twist di limone, talvolta d'arancia |
| Gradazione servita | circa 26–28% vol |
Il Dubonnet Cocktail è un Martini in cui il vermouth dry è sostituito da un vino fortificato al chinino. La struttura resta identica — distillato e componente vinosa, mescolati e serviti in coppa — ma il bicchiere che ne esce è più scuro, più dolce e con un amaro di fondo che l’originale non ha.
Questa scheda riporta le dosi correnti, spiega che cosa cambia sostituendo il vermouth e chiarisce l’origine del secondo nome con cui il drink circola.
Ingredienti Dubonnet Cocktail
- 4,5 cl gin
- 2,5 cl Dubonnet Rouge
- ghiaccio nel mixing glass
- twist di limone per guarnire
Le dosi e il rapporto
Quattro centilitri e mezzo di gin contro due e mezzo di Dubonnet Rouge danno un rapporto di poco inferiore al due a uno, che in un drink a due ingredienti è la sola cosa da decidere. Il volume complessivo è di sette centilitri, quindi uno short drink pieno: la specifica lo definisce esplicitamente potente ed è progettato per essere piccolo proprio per questo.
La preparazione avviene nel mixing glass con ghiaccio e il servizio in coupé. Entrambi gli ingredienti sono limpidi e alcolici, quindi vale la regola generale: si mescola, non si agita. Trenta secondi di cucchiaio danno la temperatura e la diluizione corrette senza introdurre aria che intorbidirebbe il bicchiere.
Il Dubonnet Rouge e la sua struttura
Il prodotto è un vino fortificato aromatizzato al chinino, di origine francese, con una dolcezza superiore a quella di un vermouth dolce medio e una componente amara che deriva dalla corteccia. Il chinino porta una secchezza sul finale che compensa lo zucchero e impedisce al drink di risultare stucchevole.
È questa struttura più piena a giustificare una dose inferiore rispetto a quella che avrebbe un vermouth in una ricetta analoga. Due centilitri e mezzo di Dubonnet occupano nel bicchiere lo spazio aromatico che quattro di vermouth dry occuperebbero: aumentare la quantità produce un drink dolce e piatto in cui il gin non si trova più.
Il confronto con il Martini
L’architettura è la stessa: un distillato e una componente vinosa aromatizzata, mescolati e serviti freddi in coppa. Quello che cambia è tutto il resto. Il vermouth dry porta acidità, erbe secche e leggerezza; il Dubonnet porta zucchero, frutta e chinino. Il primo lascia il gin nudo, il secondo lo avvolge.
La conseguenza pratica è che questo drink perdona di più. In un Martini un gin mediocre è immediatamente riconoscibile; qui la struttura del vino copre una parte dei difetti. Questo non significa che la scelta del gin sia irrilevante (la specifica sottolinea anzi che il drink è pensato per mettere in valore un buon gin) ma che il margine di errore è più ampio.
Il nome Zaza e la doppia denominazione
Il drink circola nella letteratura di settore anche come Zaza, dal nome di un personaggio di un film muto del 1915. Non si tratta di due ricette differenti ma dello stesso drink registrato sotto due denominazioni, situazione frequente nei repertori dell’epoca, quando le raccolte venivano compilate da fonti diverse senza un coordinamento.
La coesistenza dei due nomi è utile per un motivo pratico: nelle raccolte storiche la ricetta può comparire sotto l’uno o sotto l’altro, e chi cerca varianti d’epoca deve controllare entrambi. Le differenze fra le versioni riportate sotto i due nomi riguardano di solito la guarnizione più che le dosi.
La guarnizione e le abitudini di servizio
Nella versione degli anni trenta il drink veniva servito senza guarnizione, ed è la forma più fedele. L’uso corrente prevede un twist di limone, che asciuga il finale e alleggerisce la dolcezza del vino, oppure una scorza d’arancia, che va nella direzione opposta accompagnando la componente fruttata.
La scelta dipende dal gin. Con un London dry marcato sul ginepro il limone crea un contrasto netto e funziona bene; con un gin più morbido o più floreale l’arancia dà un risultato più coerente. Servirlo senza nulla resta un’opzione legittima e mette il drink in una condizione di lettura più pulita.
Come e quando servirlo
La collocazione è prima del pasto: il chinino ha una funzione stimolante e l’amaro di fondo prepara il palato. La gradazione servita, intorno ai ventisette gradi, ne fa un bicchiere da sorseggiare in dieci o quindici minuti, non da consumare rapidamente.
La variante sul ghiaccio, in tumbler, è una scelta diffusa e sensata per chi trova la versione in coupé troppo intensa: la diluizione progressiva abbassa la gradazione e allunga i tempi. Il drink regge bene la diluizione perché il Dubonnet ha abbastanza struttura da non annacquarsi, che è una qualità che il vermouth dry di un Martini non ha.
Domande frequenti
Quali sono le dosi del Dubonnet Cocktail?
Quattro centilitri e mezzo di gin e due e mezzo di Dubonnet Rouge, mescolati nel mixing glass con ghiaccio e serviti in coupé con twist di limone. Il rapporto è quasi due a uno, quindi il gin resta nettamente in primo piano nonostante il vino aromatizzato sia più aromatico del vermouth dry.
Che cos'è il Dubonnet Rouge?
Un vino fortificato aromatizzato al chinino, di origine francese. È più ricco e leggermente più dolce di un vermouth dolce medio, con una nota amara di corteccia che il vermouth non ha. È la sua struttura più piena a giustificare una dose inferiore rispetto a quella che avrebbe un vermouth in un drink analogo.
Che differenza c'è con un Martini?
La sostituzione della componente vinosa. Un Martini classico usa vermouth dry, secco e leggero; qui c'è un vino al chinino, dolce e strutturato. Il drink che ne esce è più rotondo, più scuro e con un amaro di fondo che il Martini non ha, pur mantenendo la stessa architettura.
Perché si chiama anche Zaza?
Dal nome di un personaggio di un film muto del 1915. Il doppio nome circola nella letteratura di settore e non corrisponde a due ricette diverse: si tratta dello stesso drink registrato con due denominazioni, come accadeva spesso nei repertori dell'epoca.
Va guarnito?
Nella versione degli anni trenta era servito senza guarnizione. L'uso corrente prevede un twist di limone, talvolta di arancia. Il limone asciuga il finale e alleggerisce la dolcezza del vino; l'arancia lo accompagna e rende il drink più morbido. Nessuna delle due è obbligatoria.
Si può servire sul ghiaccio?
Sì, ed è una variante nota. La preparazione in coupé è quella classica, ma il servizio in tumbler con ghiaccio abbassa la gradazione e allunga i tempi di consumo. Trattandosi di uno short drink potente, la versione sul ghiaccio è più facile da bere lentamente.
Altre voci in Ricette
Scheda pubblicata il 24/01/2019