Stinger: le quattro edizioni codificate, le dosi e la storia del drink
Dal due terzi del 1961 al cinque a due del 2011: come le quattro specifiche dello Stinger hanno cambiato dosi, bicchiere e tecnica, e cosa si sa dell'origine newyorkese negli anni venti.
| Categoria | After dinner |
| Bicchiere | Coppetta cocktail (old fashioned nel 1987) |
| Ghiaccio | Nello shaker o nel mixing glass |
| Tecnica | Stir and strain nel 2011, shake nel 2004 |
| Guarnizione | Nessuna |
| Gradazione servita | circa 28–30% vol |
| Specifica | IBA, edizioni 1961, 1987, 2004, 2011 |
Le quattro specifiche dello Stinger sono un caso raro nel repertorio codificato: cambiano le dosi, cambia il bicchiere e cambia perfino la tecnica, su un drink che ha soltanto due ingredienti. Leggerle in sequenza è il modo più diretto per capire come una codifica prende decisioni.
Questa scheda mette a confronto le quattro edizioni, spiega perché la tecnica sia stata rivista e riporta quel poco che è documentato sull’origine del drink.
Ingredienti Stinger
- 5 cl brandy o cognac
- 2 cl crème de menthe bianca
- ghiaccio nel mixing glass
- coppetta cocktail raffreddata
Le quattro edizioni in sequenza
L’edizione 1961 lavora in frazioni e indica due terzi di brandy contro un terzo di crema di menta bianca, con servizio in coppetta da cocktail. È il rapporto più dolce della serie: un terzo di crema è una dose consistente per un liquore di quel tipo. L’edizione 1987 passa ai decimi e sposta l’equilibrio a sette parti di cognac contro tre di crema, con una differenza minima rispetto alla precedente ma una novità sostanziale nel bicchiere.
L’edizione 2004 torna alle unità metriche e fissa quattro centilitri di brandy contro due di crema, cioè un due a uno preciso. L’edizione 2011 arriva a cinque contro due, che è il rapporto più asciutto delle quattro: la crema scende dal trenta al ventinove per cento del volume nel 1987, e nel 2011 si attesta poco sopra il ventotto. La direzione complessiva è verso il distillato.
Il cambio di bicchiere del 1987
L’anomalia della serie è l’edizione 1987, che prescrive di filtrare in un old fashioned pieno di ghiaccio invece che in coppetta. Un drink servito sul ghiaccio continua a diluirsi mentre viene bevuto, e nell’arco di dieci minuti passa da circa trenta a venti gradi di gradazione servita.
Le conseguenze sul gusto sono rilevanti. Nella coppetta la crema di menta arriva concentrata e il drink è intenso dal primo all’ultimo sorso; sul ghiaccio la menta si allunga progressivamente e il brandy emerge. Sono due esperienze diverse, e il ritorno alla coppetta nelle edizioni successive indica che la prima è stata considerata la forma corretta.
Shake o stir, e perché la revisione conta
L’edizione 2004 prescrive shake and strain, quella del 2011 stir and strain. Il cambiamento riguarda una regola generale della miscelazione: i drink composti solo da ingredienti alcolici limpidi si mescolano, quelli che contengono succhi, sciroppi densi o creme si agitano. La crema di menta bianca sta in mezzo, perché è limpida ma densa.
Chi difende lo shake osserva che l’agitazione integra più rapidamente un liquore sciropposo con un distillato, evitando la stratificazione che una mescolata breve può lasciare. Chi difende la mescolata osserva che lo shake introduce microbolle e frammenti di ghiaccio che intorbidano un drink che dovrebbe essere trasparente. La revisione del 2011 ha scelto la seconda posizione, allineando lo Stinger alla regola generale.
L’origine e quel che se ne sa
La ricostruzione più accreditata colloca la nascita del drink a New York negli anni venti, senza attribuirlo a una persona specifica. È una datazione compatibile con la diffusione delle crème de menthe in quel periodo e con il gusto per i drink dopo cena a base di distillato corretto.
Una descrizione del 1923 riferita a un ambiente sociale newyorkese definisce lo Stinger una bevanda di lunga portata, una delicata mescolanza di nettari ardenti e un vantaggio per l’amicizia. La citazione è utile soprattutto come datazione: conferma che nel 1923 il drink circolava già ed era abbastanza noto da essere descritto senza spiegazioni. Sull’inventore, invece, non offre nulla.
Perché è un dopocena e non altro
La classificazione lo colloca fra gli after dinner in tutte le edizioni, e la ragione è la menta. Il mentolo ha un effetto rinfrescante sul palato che a fine pasto funziona come chiusura, mentre in apertura anestetizza le papille e compromette quello che segue. È la stessa logica per cui il caffè alla menta si beve dopo e non prima.
La gradazione servita, intorno ai trenta gradi nella versione in coppetta, conferma la collocazione: è un bicchiere piccolo e forte, da sorseggiare in dieci o quindici minuti. Servirlo come aperitivo non è scorretto sul piano tecnico ma contraddice il modo in cui il drink è costruito.
Come leggere le quattro edizioni oggi
La versione da preparare per prima è quella del 2011: cinque a due, mescolata, coppetta fredda. È la più asciutta, la più coerente con la regola tecnica generale, e mostra il distillato meglio delle altre. Chi trova la menta troppo timida può risalire al due a uno del 2004 o del 1961, che restano specifiche valide.
L’edizione 1987, con il servizio sul ghiaccio, funziona come variante estiva: la diluizione progressiva rende il drink adatto a un consumo più lungo e la menta, allungandosi, diventa rinfrescante invece che intensa. Nessuna delle quattro è superata dalle altre; sono quattro letture dello stesso rapporto fra un distillato e un liquore.
Domande frequenti
Come sono cambiate le dosi dello Stinger fra le edizioni?
L'edizione 1961 indica due terzi di brandy e un terzo di crema di menta, cioè due a uno. Il 1987 passa a sette decimi di cognac contro tre di crema. Il 2004 fissa quattro centilitri di brandy contro due, tornando al due a uno. Il 2011 arriva a cinque contro due, la versione più asciutta della serie.
Perché la tecnica cambia da un'edizione all'altra?
L'edizione 2004 prescrive shake and strain, la 2011 stir and strain. È il cambiamento più significativo della serie: la crema di menta è densa e lo shake la integra più rapidamente, ma introduce aria e frammenti di ghiaccio in un drink interamente alcolico. La revisione più recente ha optato per la mescolata.
In che bicchiere si serve?
Coppetta cocktail nelle edizioni 1961, 2004 e 2011. L'edizione 1987 fa eccezione e prevede il filtraggio in un old fashioned pieno di ghiaccio, che trasforma il drink in una preparazione più lunga e più diluita, con un profilo molto diverso.
Quando è nato lo Stinger?
L'ipotesi più accreditata lo colloca a New York negli anni venti, senza attribuzione certa. Una descrizione del 1923 lo definisce una miscela delicata di nettari ardenti, il che conferma che a quella data il drink era già noto negli ambienti che quella fonte raccontava.
Cognac o brandy generico?
L'edizione 1987 dice cognac, le altre brandy. La differenza è di struttura: un cognac con qualche anno di botte porta frutta secca e legno che reggono la menta, un brandy giovane e sottile viene coperto. Con due centilitri di crema in gioco il distillato deve avere qualcosa da opporre.
La crema di menta deve essere bianca?
Sì in tutte le edizioni. La versione verde ha lo stesso profilo aromatico ma colora il drink, e lo Stinger è per tradizione un bicchiere limpido. La scelta è estetica, non gustativa: usando quella verde il drink resta corretto ma non è più riconoscibile a vista.
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Scheda pubblicata il 25/04/2021