Clausola 1.0
Ricette

Martini: come si prepara, la temperatura e la diluizione corretta

La preparazione del Martini passo per passo: quanti giri di bar spoon, quale ghiaccio, quanta acqua di fusione accettare, come si legge la scala dei rapporti e come si serve un secondo bicchiere.

Tecnica Stir and strain, mixing glass
Giri di bar spoon 16–20 su ghiaccio grande
Temperatura obiettivo fra −2 e +2 °C nel bicchiere
Diluizione attesa 8–12% del volume
Bicchiere Coppetta raffreddata in anticipo
Tempo di consumo 8–12 minuti
Scala dei rapporti da 2:1 a 15:1 gin-vermouth
Clausola 2.0
Scheda

Il Martini è un drink con tre ingredienti e una decina di variabili di esecuzione, e questo spiega perché due bicchieri preparati con le stesse dosi possano risultare diversi. La ricetta si impara in un minuto, la preparazione richiede di decidere consapevolmente quanta acqua entra nel bicchiere, a quale temperatura arriva e quanto tempo resta bevibile.

Questa scheda descrive la preparazione, non le dosi: la specifica e le quattro varianti codificate sono nella scheda dedicata al Martini cocktail, a cui questa fa da complemento tecnico.

Il ghiaccio e l’acqua di fusione

La diluizione è la variabile più importante e la meno dichiarata. Un Martini mescolato con ghiaccio grande in un mixing glass già freddo prende fra l’otto e il dodici per cento del proprio volume in acqua di fusione: su sette centilitri sono cinque o otto millilitri, una quantità che abbassa la gradazione di tre punti e apre gli aromi senza slavare il drink.

Con cubetti piccoli la superficie di scambio cresce in modo sproporzionato e la stessa quantità di giri porta il doppio di acqua. Con ghiaccio da freezer domestico, che è quasi sempre a temperatura appena sotto lo zero e umido in superficie, si aggiunge una quota di acqua di partenza che nel bicchiere non si vede ma si sente. Il ghiaccio secco e freddo, tenuto a meno diciotto gradi e non appena estratto dallo stampo, è la condizione perché il conto torni.

Il mixing glass ha un peso proprio che spesso viene ignorato. Il vetro spesso a temperatura ambiente è una massa che va raffreddata, e il freddo per farlo viene sottratto al ghiaccio, che fondendo diluisce. Riempirlo di ghiaccio e acqua per un minuto, svuotarlo e poi lavorare riduce di parecchio l’acqua che finisce nel drink.

Quanto mescolare

Sedici o venti giri di bar spoon corrispondono a venti o trenta secondi e sono la misura riportata dalla pratica corrente, ma il numero è un’approssimazione di un criterio fisico. Ciò che si cerca è l’equilibrio termico fra liquido, ghiaccio e vetro, e il segnale è visibile: la parete esterna del mixing glass si appanna in modo uniforme e, se la mano è asciutta, aderisce leggermente.

Mescolare oltre quel punto non raffredda ulteriormente, perché la temperatura è già quella dell’equilibrio; continua però a diluire, e la curva è lineare. È l’errore più frequente nei bar che lavorano lentamente: il barman mescola mentre parla, e il drink arriva corretto in temperatura e lungo di un centilitro.

Il movimento conta meno di quanto si racconti. Un bar spoon che gira lungo la parete senza sollevare il ghiaccio è più efficiente di un movimento energico, perché il rumore e il ghiaccio che si urta significano frammenti, e i frammenti fondono in fretta. La regola pratica è che un Martini mescolato bene è silenzioso.

La temperatura di servizio

L’obiettivo è fra i meno due e i più due gradi nel bicchiere. Sotto quella soglia il drink è pulito ma chiuso: le botaniche del gin e le erbe del vermouth sono composti volatili e a temperatura molto bassa restano nel liquido invece di arrivare al naso. Sopra i quattro o cinque gradi la percezione alcolica cresce rapidamente e il drink diventa pungente.

Questo è anche il motivo per cui tenere il gin in congelatore, pratica diffusa, non è una scelta gratuita. Un distillato a meno venti gradi permette di mescolare pochissimo e produce un drink freddissimo e quasi senza diluizione, che molti trovano piacevole per la texture densa; il prezzo è la compressione degli aromi, e il risultato è nitido e muto. La strada intermedia (vetro e ghiaccio freddi, bottiglie a temperatura di cantina) mantiene entrambe le cose.

Il bicchiere va raffreddato in ogni caso. Una coppetta a temperatura ambiente sottrae tre o quattro gradi al drink nel giro di pochi secondi, e su un cocktail servito senza ghiaccio quel calore non viene compensato da nulla.

La scala dei rapporti

Fra un due a uno e un quindici a uno esiste un intervallo continuo di drink che portano lo stesso nome, e conoscerne gli estremi serve a interpretare un ordine. Con due o tre parti di distillato per una di vermouth il drink è morbido, con acidità percepibile e una nota di erbe evidente; è la forma più vicina alle ricette ottocentesche e regge bene un gin delicato.

Fra quattro e sei a uno si colloca la fascia che le edizioni recenti codificano. Il vermouth non si sente come ingrediente distinto ma svolge la sua funzione: abbassa la gradazione, porta acidità e lega le botaniche. Oltre l’otto a uno il vermouth diventa un accenno e il drink si avvicina al distillato freddo con una traccia aromatica.

Il vocabolario del bancone riflette questa scala. Wet indica più vermouth, dry indica meno, naked o in-and-out indicano una preparazione in cui il vermouth bagna il bicchiere e viene scartato. Un cliente che chiede un drink molto dry sta chiedendo un rapporto, non un metodo, e conviene chiarirlo prima di servire.

Filtro, versamento, secondo bicchiere

Il filtro va appoggiato al mixing glass senza premere e il versamento deve essere continuo: una colata interrotta introduce aria e porta il drink a contatto con il vetro tiepido del bordo. Se restano frammenti di ghiaccio nel mixing glass, un doppio filtro a maglia fina evita che finiscano in coppetta, dove continuerebbero a diluire un drink che non ha più margine.

La quantità in bicchiere va tenuta sotto il bordo di almeno un centimetro. Una coppetta piena fino all’orlo è impossibile da portare e obbliga chi la riceve a bere il primo sorso in piedi, che è il modo peggiore di iniziare un drink corto. Sette o otto centilitri in una coppetta da dodici sono la proporzione giusta.

Sul servizio di un secondo bicchiere vale una nota pratica. Il Martini resta al suo meglio per otto o dieci minuti; oltre quel tempo si scalda e la parte aromatica si appiattisce. Un locale che ne serve molti conviene che ne prepari mezze porzioni servite in due tempi, oppure che tenga la seconda parte in un piccolo contenitore su ghiaccio accanto al cliente, che è la soluzione classica del servizio in carafe.

Clausola 3.0
Domande frequenti

Domande frequenti

Quanti giri di bar spoon serve un Martini?

Fra sedici e venti su ghiaccio grande, che corrispondono a venti o trenta secondi. Il numero non è il criterio: si mescola fino a quando la parete esterna del mixing glass si appanna in modo uniforme, perché è il segnale che il vetro ha raggiunto la temperatura del contenuto.

Quanta acqua entra nel drink mescolando?

Fra l'otto e il dodici per cento del volume con ghiaccio grande e mixing glass raffreddato. Con cubetti piccoli o vetro a temperatura ambiente si arriva facilmente al venti per cento, che su sette centilitri significa un centilitro e mezzo d'acqua, cioè più del vermouth della ricetta.

Meglio tenere il gin in congelatore?

Riduce l'acqua di fusione necessaria e permette di mescolare pochissimo, ma comprime anche gli aromi: un gin a meno venti gradi rilascia poche botaniche, e nel bicchiere il drink risulta pulito e muto. La soluzione intermedia è raffreddare vetro e ghiaccio e tenere le bottiglie a temperatura di cantina.

Che cosa significa un Martini wet, dry o naked?

Sono indicazioni sul rapporto e sul metodo, non sulla ricetta. Wet indica più vermouth, tipicamente da tre a uno; dry indica un rapporto oltre sei a uno; naked indica un drink preparato con distillato tenuto in congelatore e versato senza mescolare, cioè senza diluizione.

Si può preparare in anticipo per il servizio?

Sì, ed è una pratica diffusa: si premiscelano distillato, vermouth e la quota d'acqua che il ghiaccio avrebbe portato, si conserva la miscela in freezer e si versa. Il vantaggio è la costanza; il vincolo è che la quota d'acqua va calcolata una volta e verificata, perché una miscela senza acqua congela male e una con troppa arriva piatta.

Il bicchiere va raffreddato?

Sempre. Una coppetta a temperatura ambiente sottrae al drink tre o quattro gradi nei primi secondi, cioè vanifica una parte del lavoro fatto nel mixing glass. Dieci minuti in freezer o un riempimento con ghiaccio e acqua da svuotare al momento del versamento ottengono lo stesso risultato.

Clausola 4.0
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