Clausola 1.0
Ricette

Mojito: la ricetta originale, le dosi IBA e la preparazione

Il Mojito nella specifica IBA: 4 cl di rum bianco cubano, 3 cl di lime, menta, zucchero e soda. Dosi, procedura, scelta del rum ed errori che ne cambiano il risultato.

Proporzioni in parti
Rum bianco 4Succo di lime 3Soda water 6
Categoria Long drink
Bicchiere Highball, 30–35 cl
Ghiaccio Tritato
Tecnica Build nel bicchiere
Gradazione servita circa 8% vol
Specifica IBA, edizione 2011
Bicchiere highball colmo di ghiaccio tritato con un drink chiaro dal riflesso verde, foglie di menta schiacciate contro la parete interna del vetro e condensa sulla superficie esterna.
Tav. 1 Ghiaccio tritato fino al bordo: è la quantità che regge la diluizione.
Clausola 2.0
Scheda

Gli ingredienti Mojito sono cinque e costano poco: rum bianco, lime, menta, zucchero e soda. La difficoltà del drink non sta in loro ma nel gesto che li unisce, e chi cerca come si fa il Mojito si scontra sempre con lo stesso punto — quanto pestare la menta. Il risultato cambia radicalmente anche in base al ghiaccio e all’ordine in cui si versa, e per questo la stessa ricetta, eseguita da due persone in due banconi diversi, arriva al cliente come due bevande distinte.

Questa scheda riporta la specifica codificata, la storia documentabile del drink e i punti in cui la pratica corrente si discosta dalla codifica. Le dosi sono espresse in centilitri, come nella manualistica italiana, e in parti dove la proporzione è più utile del volume.

Ingredienti Mojito

  • 4 cl rum bianco cubano
  • 3 cl succo di lime fresco
  • 6 foglie di menta
  • 2 cucchiaini di zucchero bianco di canna
  • soda water a colmare
  • ghiaccio tritato

La ricetta Mojito nella specifica IBA

L’edizione 2011 della lista dell’International Bartenders Association classifica il Mojito come long drink e ne fissa la composizione in sei elementi: quattro centilitri di rum bianco cubano, tre centilitri di succo di lime fresco, sei foglie di menta, due cucchiaini di zucchero bianco di canna, soda water e ghiaccio tritato. La procedura descritta è altrettanto precisa: menta, zucchero e succo di lime sul fondo del bicchiere, pressione delicata per liberare l’essenza della menta, una spruzzata di soda, ghiaccio tritato fino all’orlo, il rum sopra e la soda a colmare. Guarnizione con menta e una fetta di limone, servizio con cannuccia. Fra gli ingredienti Mojito la soda e il ghiaccio sono gli unici che la specifica non quantifica: entrambi vanno a colmare, e questo sposta sul barman la sola variabile che il testo lascia aperta.

L’edizione precedente, del 2004, descriveva lo stesso drink come highball con una differenza netta: indicava tre rametti di menta invece di sei foglie, e collocava il pestaggio del lime insieme allo zucchero prima dell’ingresso della menta. La differenza fra un rametto e sei foglie non è ornamentale — un rametto porta fra le otto e le dodici foglie più il gambo, e il gambo, se pestato, contribuisce amaro. La ricetta Mojito del 2011 è quindi più conservativa: meno materiale vegetale e meno rischio.

Nessuna delle due edizioni prevede sciroppo di zucchero, spicchi di lime lasciati nel bicchiere o frullatura. Sono tutte varianti diffuse e in alcuni casi difendibili, ma non sono la specifica, e una scheda che le presentasse come tali direbbe una cosa falsa.

Le dosi e le proporzioni, dal 1961 a oggi

Il rapporto interno del drink è più stabile delle quantità assolute. Rum e lime stanno fra loro in un rapporto vicino a quattro a tre, che è una proporzione da sour secco: la parte acida è alta rispetto all’alcol, e lo zucchero la riequilibra. La soda, che nella specifica non ha una quantità dichiarata, arriva a occupare in un bicchiere da trentacinque centilitri circa sei parti sulle tredici totali, cioè quasi metà del volume finale.

Questa è la ragione per cui le dosi Mojito funzionano solo insieme al bicchiere. Le stesse quattro parti di rum in un tumbler basso da venti centilitri producono un drink corto e aggressivo; nello stesso bicchiere con più ghiaccio e meno soda il rapporto cambia di nuovo. Chi scala la ricetta per un servizio numeroso scala le parti e non i centilitri, poi verifica il volume finale in un bicchiere di prova.

Sul ghiaccio la specifica è esplicita e vale ripeterlo: tritato. Il ghiaccio tritato raffredda in fretta e diluisce molto, e la diluizione qui è parte della ricetta, non un effetto collaterale. Sostituirlo con cubetti grandi produce un Mojito più alcolico, più dolce in percezione e meno dissetante — un drink diverso ottenuto senza cambiare nessuna dose.

Che cosa rende un Mojito originale

La ricostruzione storica più solida colloca l’antenato del drink nel Cinquecento caraibico, con il nome di El Draque: aguardiente di canna, lime, zucchero e menta, una miscela che serviva anche come rimedio a bordo delle navi. L’attribuzione all’equipaggio di Francis Drake è tradizione, non documento. Il passaggio dall’aguardiente al rum leggero filtrato avviene nella seconda metà dell’Ottocento, quando la distillazione cubana si industrializza e produce un distillato pulito adatto a essere allungato.

L’associazione con La Bodeguita del Medio dell’Avana e con Ernest Hemingway è la parte più citata e la meno verificabile: la frase attribuita allo scrittore, dipinta per anni sul muro del locale, non compare in alcun testo hemingwayano e ha tutta l’aria di essere nata come promozione. Che il locale sia stato centrale nella diffusione del drink è documentato; che lo scrittore lo bevesse lì è materia di aneddoto.

La domanda su che cosa sia originale, qui, ha una risposta stratificata: originale rispetto all’antenato caraibico, alla codifica IBA o all’uso cubano contemporaneo sono tre cose diverse. Un Mojito originale, in senso stretto, è quindi il drink costruito con rum cubano leggero e con la menta che a Cuba si usa davvero: la hierbabuena, una menta dalla foglia larga e dal profilo meno pungente della peppermint europea. Chi prepara il Mojito con menta piperita ottiene un drink più freddo e mentolato, che molti bevitori italiani riconoscono come “il” Mojito proprio perché è la versione con cui il drink è arrivato qui. Nessuna delle due è sbagliata, ma sono distinguibili a occhi chiusi.

Come si fa il Mojito, passo per passo

Chi domanda come si fa il Mojito riceve in genere una lista di ingredienti, e la lista non è la parte difficile. Il gesto critico è uno, e sta all’inizio. Menta, zucchero e lime vanno sul fondo del bicchiere; il pestello scende due o tre volte con pressione moderata e rotazione minima. L’obiettivo è comprimere la lamina della foglia contro i cristalli di zucchero, non tritarla: le foglie devono uscire intere. Se il fondo del bicchiere è verde e coperto di frammenti, il drink è già amaro e non c’è correzione possibile a valle.

Dopo il pestaggio arriva una spruzzata di soda, che serve a sciogliere lo zucchero residuo e a sollevare gli oli. Poi il ghiaccio tritato, riempito fino all’orlo e non a metà: un bicchiere mezzo pieno di ghiaccio si scioglie in fretta e diluisce di più, non di meno. Il rum si versa sopra il ghiaccio, la soda colma, e un cucchiaio da bar risale una volta dal fondo per portare in alto il lime pesante rimasto sotto.

Dosi Mojito e resa

Sulle dosi Mojito indicate dalla specifica, il bicchiere chiude intorno ai venti centilitri di liquido, ghiaccio escluso, con una gradazione servita vicina all’otto per cento in volume. È il riferimento con cui verificare la propria esecuzione: se il volume finale è molto inferiore, il ghiaccio era troppo poco; se la gradazione percepita è alta, la soda è stata trattenuta.

Il rum: quale scegliere e perché

La specifica dice rum bianco cubano, e la ragione è tecnica prima che geografica. Il rum di scuola cubana è distillato in colonna, filtrato e povero di congeneri: porta alcol e una nota dolce di canna senza imporre un carattere. In un drink che vive di lime e menta questa neutralità è una funzione, non un difetto.

Un rum agricole martinicano, distillato da succo fresco di canna, ha un profilo erbaceo e vegetale che entra in conflitto diretto con la menta; il risultato è interessante ma non è la ricetta. Un rum giamaicano ad alto contenuto di esteri sovrasta tutto il resto. Un rum invecchiato scuro porta legno e vaniglia e produce un drink più rotondo, che ha un nome nell’uso comune — Mojito de ron añejo, e va servito con meno menta perché la competizione aromatica aumenta.

La gradazione conta quanto la provenienza. Sotto i trentotto gradi il rum sparisce dietro la soda; sopra i quarantacinque il drink cambia categoria e va riequilibrato allungando la parte acida.

Preparare il Mojito in volume

Fra i classici molto richiesti questo è il più difficile da premiscelare, e il motivo è la menta. Le foglie cedono aroma per contatto e pressione al momento, e una preparazione che le contiene da qualche ora ha già virato: la nota fresca lascia il posto a un vegetale erbaceo che ricorda il fieno, e il colore passa a un verde spento. Nessun accorgimento di conservazione lo evita, perché la degradazione è enzimatica e non ossidativa.

Quello che si può preparare è tutto il resto. Rum, succo di lime e zucchero (meglio in forma di sciroppo, che si scioglie senza residuo) si premiscelano nel rapporto della specifica e reggono qualche ora in frigorifero, con il limite noto del lime, che oltre la mezza giornata perde gli oli. Da questa base ogni bicchiere prende la sua parte, e la menta entra solo nel bicchiere: foglie sul fondo, pressione leggera, ghiaccio, base, soda. Il tempo risparmiato è quello di tre versamenti su quattro, che su un servizio serale è la differenza fra sostenere la richiesta e no.

La variante che alcuni banconi adottano è lo sciroppo alla menta preparato per infusione a freddo, da usare insieme alle foglie fresche e non al loro posto. Porta una base aromatica costante sotto la parte fresca del bicchiere, e va dichiarata come scelta: il drink che ne risulta è più uniforme fra un bicchiere e l’altro e meno vivo del migliore eseguito al momento.

Errori che cambiano il risultato

Il primo è il pestaggio eccessivo, già descritto, ed è il più comune. Il secondo è il lime a spicchi lasciati nel bicchiere: l’olio della scorza continua a cedere amaro per tutto il tempo in cui il drink resta in mano, e un Mojito buono al primo sorso diventa aspro al quinto. Il succo va spremuto e la scorza va tenuta fuori, o al massimo usata come guarnizione asciutta.

Il terzo è la soda tiepida. Una soda a temperatura ambiente versata su ghiaccio tritato perde carbonazione immediatamente e scioglie ghiaccio in eccesso; il drink parte già diluito. Il quarto è la menta usata come decorazione sepolta: il rametto di guarnizione va posato in superficie, vicino alla cannuccia, perché il suo compito è aromatico e si esaurisce al naso.

Il quinto non è un errore di esecuzione ma di scala: preparare dieci Mojito uno per uno durante un servizio affollato non funziona. La soluzione praticata è un pre-batch di lime e zucchero (mai di menta, che ossida in meno di un’ora) pestando la menta al momento in ciascun bicchiere.

Il Mojito e i drink della sua famiglia

Strutturalmente il Mojito appartenne prima al gruppo dei sour e poi a quello degli highball, e il confronto con i parenti stretti chiarisce dove sta la sua identità. Il Daiquiri ha gli stessi tre elementi portanti (rum, lime, zucchero) ma si agita, si serve senza ghiaccio in coppetta e non prevede menta né soda: è la versione corta e concentrata della stessa idea, e il paragone spiega perché un Mojito senza soda non sia un Mojito incompleto ma un altro drink.

Il Southside inverte il rapporto fra le due tecniche: gin al posto del rum, menta pestata come qui, agitato e filtrato. È il Mojito passato per la scuola inglese, e beve in modo più asciutto perché il gin porta botanici che si sommano alla menta anziché lasciarle spazio. La Caipirinha lavora invece sul lime intero pestato con lo zucchero e usa cachaça, distillato da succo di canna fresco: la scorza pestata è parte della ricetta, non un errore, e produce l’amaro che nel Mojito va evitato. Sono tre modi diversi di trattare la stessa materia prima, e chi conosce i tre riconosce a naso quale bicchiere ha davanti.

Nella lista IBA convivono tutti e tre, in categorie diverse, e questo è un argomento contro l’idea che la codifica sia una gerarchia di qualità: sono descrizioni di prassi, non giudizi.

Come il Mojito è arrivato in Italia

La diffusione italiana del drink è recente e documentabile: fino alla fine degli anni Novanta il Mojito è quasi assente dalle carte, e la manualistica in italiano lo tratta come curiosità caraibica. La svolta arriva nel decennio successivo, insieme alla moda cubana e all’espansione dell’aperitivo serale nelle grandi città, e porta con sé due conseguenze tecniche.

La prima è la sostituzione dello zucchero granulare con lo sciroppo, imposta dai volumi: uno sciroppo si dosa con la pompa e non richiede di pestare per scioglierlo. La seconda è la comparsa dei preparati industriali — miscele di lime, zucchero e aroma di menta da versare sul ghiaccio — che hanno reso il drink disponibile in locali senza bancone attrezzato e ne hanno insieme appiattito il profilo. Un Mojito da preparato ha menta che sa di caramella e nessuna variabilità: è sempre uguale, che è precisamente il motivo per cui non somiglia a quello descritto dalla specifica.

La terza conseguenza è culturale e riguarda la menta. In Italia la menta di uso comune è la piperita, dal mentolo alto e pungente; la hierbabuena cubana è raramente reperibile fuori dai canali specializzati. Il Mojito che la maggior parte dei bevitori italiani considera corretto è quindi per definizione una variante locale, e riconoscerlo non lo squalifica — lo colloca.

Servizio, temperatura e tenuta nel bicchiere

Il Mojito è un drink che va servito immediatamente e bevuto in fretta, e le due cose sono collegate. Il ghiaccio tritato ha una superficie di scambio enorme rispetto al volume: continua a sciogliersi in mano, e dopo dieci minuti il bicchiere contiene una versione più diluita e meno carbonata di quello che era. Non è un difetto da correggere ma un vincolo da conoscere, e spiega perché nei locali che lo fanno bene arrivi al tavolo prima di qualunque altra cosa.

Sulla temperatura il riferimento utile è il bicchiere, non il liquido: un highball a temperatura ambiente riempito di ghiaccio tritato consuma una parte del ghiaccio solo per raffreddare il vetro, e quella parte è acqua nel drink. Chi tiene i bicchieri in frigorifero risparmia diluizione senza cambiare una sola dose.

Negli abbinamenti il drink funziona dove funzionano acidità e freschezza: fritture leggere, pesce crudo agrumato, ceviche, formaggi freschi. Fallisce con il piccante intenso, che l’alcol amplifica, e con i dolci, perché il lime li fa sembrare stucchevoli. È un aperitivo, e trattarlo come drink da fine pasto è la ragione più comune per cui a qualcuno sembra troppo aggressivo.

Varianti riconosciute

Il Mojito de ron añejo sostituisce il rum bianco con un invecchiato e riduce la menta. Il Mojito Criollo aumenta la parte di lime e serve senza guarnizione. La versione analcolica, diffusa con il nome di Virgin Mojito, sostituisce il rum con più soda e talvolta con un’infusione di tè bianco per restituire il tannino che l’alcol portava: senza quel recupero il drink risulta magro, che è il difetto tipico degli analcolici ottenuti per sottrazione.

Fra le varianti moderne, quelle che aggiungono frutta rossa o passion fruit sono drink autonomi costruiti sulla struttura del Mojito, e le schede li trattano come tali quando esiste una ricetta attestata. Nella lista cocktail IBA nessuna di queste compare, e il Mojito iba resta la versione del 2011 descritta sopra.

Clausola 3.0
Domande frequenti

Domande frequenti

Quali sono gli ingredienti Mojito secondo l'IBA?

Quattro centilitri di rum bianco cubano, tre di succo di lime fresco, sei foglie di menta, due cucchiaini di zucchero bianco di canna e soda water a colmare. La specifica del 2011 indica questi sei elementi e nessun altro: né sciroppo di zucchero al posto dello zucchero granulare, né lime a spicchi lasciati nel bicchiere.

Meglio zucchero o sciroppo nel Mojito?

Lo zucchero granulare svolge un lavoro meccanico che lo sciroppo non fa: i cristalli abradono la superficie delle foglie e liberano gli oli essenziali con una pressione minima. Lo sciroppo si integra meglio e più in fretta, ma richiede di pestare la menta di più, e pestare di più è il modo classico di rovinarla. Chi lavora in volume usa lo sciroppo e riduce il numero di foglie.

Perché il mio Mojito diventa amaro?

Perché la menta è stata pestata troppo. Rompendo la nervatura centrale e le fibre della foglia si liberano clorofilla e composti amari che non appartengono al drink. La foglia va compressa, non tritata: due o tre pressioni con il pestello sono sufficienti, e la foglia deve restare intera e riconoscibile.

Quale rum si usa per un Mojito?

Un rum bianco leggero di scuola cubana, tipicamente a 38–40 gradi, filtrato e con poco carattere aromatico proprio: serve a portare alcol e struttura senza competere con lime e menta. Un rum agricole o un blend molto congenerico cambia il drink in modo evidente, e non in accordo con la ricetta Mojito codificata.

Come si fa il Mojito senza soda?

Non si fa: senza soda il drink resta un sour corto e concentrato, buono ma diverso. Sostituire la soda con acqua tonica aggiunge chinino e zucchero e sposta il profilo; con acqua liscia si perde la carbonazione che tiene sollevati gli oli della menta. La versione senza soda ha un nome proprio, ed è il Daiquiri con menta.

Quanti gradi ha un Mojito?

Servito secondo le dosi Mojito dell'IBA arriva intorno all'8% in volume: quattro centilitri di rum a 40 gradi portano 1,6 centilitri di alcol puro in un bicchiere che, fra soda e acqua di fusione, chiude intorno ai venti centilitri. È un long drink, e la gradazione finale è quella di un vino leggero.

Clausola 4.0
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